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La formazione

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Gli anni dal 1931 al 1943

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8 - Profilo spirituale I

Innamorato di Dio

Non comprenderemmo nulla dell’esperienza umana e cristiana di Lazzati, se prescindessimo dalla sua decisione per il Signore. Sin da ragazzo, possiamo ben dirlo, Dio occupò il centro della sua vita, divenendo via via l’ispiratore di pensieri, comportamenti, scelte esistenziali. Il Dio trinitario della fede cristiana (Padre, Figlio, Spirito Santo) colmò il cuore di Giuseppe, aprendolo a desideri grandi, speranze certe, passi coraggiosi. Fu così per l’intero arco della sua esistenza. Lazzati coltivò una conoscenza amorosa ed esperienziale del Signore: Egli era, per lui, una persona reale, un “Tu” concreto al quale sapeva di potersi rivolgere con fiducia.
Introdotto già in ambiente domestico nel mistero del Dio provvidente, amante dell’uomo, consolatore dei poveri, fonte di giustizia, ne aveva progressivamente approfondito la conoscenza vitale tramite un’intensa partecipazione ecclesiale, impreziosita dall’assiduo accostamento ai classici della tradizione spirituale cristiana. Lazzati era realmente abitato dalla presenza del Signore, senza cedere, per altro, a pose esteriori di malinteso spiritualismo. Chi ha avuto modo di osservarlo in certi momenti d’intenso colloquio con Dio (per esempio, nella cappella dell’Eremo di San Salvatore) può darne testimonianza. Uomo ben piantato con i piedi per terra, ma in tensione verso la patria celeste: approdo sperato e, nella fede, pregustato sin da quaggiù. Non si cancellano ricordi e commozioni di corsi di Esercizi spirituali da lui “dettati”: testimonianza di un’anima che credeva e viveva intensamente la bellezza del mistero nascosto dall’eternità in Dio e svelato in pienezza con la venuta di Gesù Cristo.

In costante spirito di preghiera

Nella prefazione al volume di Lazzati, La preghiera del cristiano, uscito pochi mesi dopo la morte dell’autore, il card. Martini osservava che “solo chi ha pregato a lungo può parlare sulla preghiera”. Con ciò, egli faceva esplicitamente intendere che questo era anche il caso del Professore. L’arcivescovo, così proseguiva: “Sono pagine dalle quali traspare il segreto di un uomo molto conosciuto nella sua instancabile attività e nei suoi interventi; eppure ancora molto nascosto in quelle pieghe del suo cuore, vero luogo spirituale, da cui sono emerse tante iniziative e tante presenze. Contemplativo nell’azione, il prof. Lazzati ha scritto queste pagine con grande desiderio di pedagogia spirituale, con l’animo profondo di un educatore appassionato”.
Abbiamo ricordato in precedenza la testimonianza di Giuseppe Dossetti sulla fedeltà dell’amico all’impegno di preghiera anche nei giorni più convulsi dell’attività parlamentare. Lazzati è stato, per l’intera esistenza, un uomo orante. Quel “colloquio d’amore” di cui parlano gli autori spirituali riferendosi alla preghiera, in lui era sostanza di vita. Sono molte le testimonianze, comprese quelle di compagni nei campi di concentramento, che ce lo presentano assorto nell’orazione con un’intensità tale da rivelare l’elevato grado di comunicazione con Dio. Più che un dovere, la preghiera per Lazzati era bisogno del cuore, atto d’amore da parte di chi, sentendosi amato dal Signore, avverte la necessità di corrispondervi al meglio delle sue possibilità. Del resto, in lui sussisteva una chiara convinzione: il cristiano “esiste o scompare” in rapporto alla capacità di alimentarsi o meno con la preghiera.

Una fede in dialogo con la cultura

Uomo di adamantina fede cristiana, Lazzati visse però sempre con la consapevolezza di dovere “dare ragione” della Verità creduta e sperata. Egli, a buon diritto, può essere inserito nella lunga teoria di credenti che, sin dai primi tempi del cristianesimo, hanno profuso energie per mostrare la ragionevolezza della fede ed elaborare una cultura cristianamente ispirata. La consuetudine con gli scrittori dell’antichità cristiana e con altri autori moderni, interpreti di questo impegno di elaborazione culturale, gli confermava l’importanza di proseguire lungo la strada tracciata da così numerose intelligenze. In questa linea, del resto, egli ravvisava il compito primario dell’Università Cattolica, cui cercò di dare slancio durante gli anni di rettorato.
Lazzati visse serenamente il rapporto fra fede e ragione, persuaso, nella scia dell’insegnamento magisteriale, che l’una e l’altra dimensione della conoscenza e dell’esperienza umane, pur formalmente distinte, sono complementari. In lui, la fede poteva ben dirsi “amica” dell’intelligenza, e viceversa. Egli era convinto che ogni cristiano, compatibilmente con le proprie capacità intellettuali, dovesse premurarsi di coltivare entrambe in armonia. Quante volte l’abbiamo sentito ripetere che il credente deve anche “saper ragionare”, cioè sviluppare al meglio il dono dell’intelligenza avuto dal Creatore! Ciò suonava come invito a guardarsi da una fede fideistica e, in ultima analisi, infantile. Nella visione di Lazzati, il cristiano, per conseguire un convincente grado di maturità, deve potenziare le proprie doti naturali, incominciando, appunto, dall’attitudine riflessiva, necessario sostegno di un serio cammino spirituale e di un’altrettanto solida capacità d’azione. Per “ben operare”, occorre “ben pensare”, ammoniva di frequente.
In quest’ordine di considerazioni si giustificava la sua insistenza su alcuni criteri metodologici per l’attività del cristiano nel mondo. Ne ricordiamo tre. L’unità dei distinti, intesa a salvaguardare la profonda unitarietà dell’esperienza credente e la sua incidenza su ogni momento della vita, riconoscendo però la legittima (ancorché non assoluta) autonomia delle “realtà secolari” (pensiamo ai settori scientifico-tecnico, socio-economico, politico…), che richiede uso di “sana” ragione e “retta” coscienza. La mediazione culturale, concernente l’esigenza di “fare incontrare” Rivelazione e storia, esperienza umana, elaborazione intellettuale: un’operazione condotta dalle generazioni cristiane di ogni epoca e, dal Concilio in poi, sempre meglio precisatasi come “inculturazione” della fede, da un lato, ed evangelizzazione delle culture, dall’altro. Il dialogo, attitudine indispensabile nelle relazioni intra ed extra-ecclesiali, che, per riuscire efficace, richiede chiarezza e apertura fiduciosa verso l’altro, prudenza ed eventuale disponibilità a rivedere le proprie posizioni, sincerità e mitezza.

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