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Iniziative centenario

Testamento spirituale

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Gli anni dal 1931 al 1943

Gli anni dal 1943 al 1952

La stagione del Concilio

Gli anni dal 1965 al 1976

Gli ultimi anni

Profilo spirituale I

Profilo spirituale II

9 - Profilo spirituale II

Interprete di una carità fattiva e discreta

Giuseppe Lazzati va, senz’alcun dubbio, ascritto alla categoria degli intellettuali cattolici del Novecento. Lo fu per professione e per specifica sensibilità. Ma in lui non vi erano quei tratti (poco gradevoli) che a volte, soprattutto fra la gente comune, fanno sentire l’intellettuale una figura lontana. Certo, egli, per natura e voluta coltivazione, aveva un portamento distinto (…veniva spontaneo dargli del “lei”), però non poneva mai distanze con i suoi interlocutori, comprese le persone più semplici. Anzi, il suo modo di rapportarsi con l’altro era colmo di attenzioni e finezze (come quella di parlare in dialetto milanese con qualche amico). Quando veniva a sapere di situazioni liete o tristi delle persone conosciute (un successo scolastico o professionale, il matrimonio, la nascita di un figlio, un lutto familiare…), si premurava di rendersi presente nei modi più convenienti: una telefonata oppure (e più di frequente) un biglietto, una lettera… Molti conservano gelosamente gli scritti da lui ricevuti in varie circostanze. Vergati con elegante e inconfondibile grafia, rappresentavano segno di delicata premura e attestazione di sincera vicinanza. Lazzati rifuggiva da ogni esibizione o platealità anche nel fare il bene. Sapeva però che per l’uomo di fede la carità deve essere divisa abituale. Quanti, specialmente fra i giovani, sono stati da lui fraternamente e in molteplici, discreti modi beneficati! Egli rifulse in una preziosa (e, purtroppo, rara) forma di carità: quella dell’accompagnamento spirituale e del discernimento vocazionale. Ne danno conferma, fra l’altro, i rapporti personali intrattenuti con molti giovani incontrati all’Eremo di San Salvatore o in altri contesti ecclesiali. Ma Lazzati brillò anche per quella che possiamo chiamare la carità intellettuale. Lo attesta il suo assiduo impegno, specialmente nelle comunità cristiane, per promuovere l’amore alla riflessione, il gusto dell’approfondimento culturale e teologico, contro il rischio della superficialità religiosa e del pressappochismo pastorale. Né, da ultimo, va dimenticata la sua lezione riguardo a un’altra, importante, ancorché disattesa, modalità espressiva della carità: quella politica. Per puro spirito di servizio, non esitò, dopo la guerra, a buttarsi nell’agone politico, anteponendo così l’interesse generale del Paese a quello personale (la ripresa degli amati studi). Sempre persuaso del fondamentale valore della politica, avrebbe fatta sua l’indicazione di Paolo VI a proposito di questa insostituibile attività umana: una “maniera esigente, scrisse il Papa nell’Octogesima adveniens, di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri” (n. 46).

Passione per l’uomo e per la “città dell’uomo”

Chi ha assistito ai momenti finali della vita del Professore attesta che fra le sue ultime parole, scandite con voce flebile e però ben comprensibili, vi fu l’invito a “coltivare l’uomo”. Sino dagli anni giovanili Lazzati maturò una nitida convinzione: sulle macerie dell’umano non può attecchire una genuina esperienza cristiana. Da qui la necessità di edificare, attraverso l’educazione, incominciando dalla famiglia e dalla comunità ecclesiale, personalità equilibrate, riflessive, moralmente consapevoli, con vivo senso dei propri doveri, capaci di relazioni positive. Su un “terreno” così predisposto trova, infatti, maggiori possibilità di radicamento e sviluppo la vita di fede. Con il suo inconfondibile stile di uomo distinto ma affabile, controllato ma socievole, riservato ma disponibile, Lazzati incarnava una figura di laico cristiano in cui dimensione umana e religiosa concorrevano a comporre un’armonica sintesi, nel segno dell’unità della persona. Naturalmente, da educatore di razza qual era, egli ambiva a fare sì che quanto costituiva convincimento personale e cifra del suo stesso modo di essere potesse venire piano piano condiviso e assimilato dagli altri credenti, iniziando dai giovani, a lui tanto cari. La maturità umana del singolo, necessaria per il consolidamento di un cammino di fede, secondo il Professore, risultava ugualmente decisiva in ordine alla crescita complessiva della società.
Ancora oggi possiamo meditare con profitto alcuni passi di una sua lettera dal Lager. “La mia vita di prigionia, scriveva Lazzati, mi mette a contatto con un numero grande di uomini: qui, in questa fortezza siamo in migliaia. Eppure posso dire che, in tanta moltitudine, pochi ‘uomini’ si trovano. Ogni giorno, devo assistere a tali spettacoli che avviliscono più delle condizioni stesse, in cui ci troviamo. Il trionfo degli istinti, dell’egoismo senza alcuna capacità di dominarlo […] ecco quello che con profondo accoramento io devo continuamente costatare, anche se accanto a ciò io posso costatare la spirituale efficacia del dolore”. Poi, preoccupato, aggiungeva: “mi domando se con uomini di tal fatta possa aversi società diversa da quella che si dibatte in spire di morte. La risposta è assolutamente negativa, così che se un’alba di giorni più sereni si voglia sinceramente vedere spuntare dopo tanto uragano, al di là di quello che potrà stabilire un tavolo di pace, bisognerà arrivare alla conversione profonda dell’uomo”.
Per parte sua, Lazzati, considerò sempre con cura il problema della promozione umana, inscindibile, del resto, da ogni progetto di “costruzione della città dell’uomo”. In questo senso, comprenderemmo molto poco della sua stessa spiritualità, se non vi cogliessimo l’anelito per un mondo più umano, più giusto e fraterno. Profondo conoscitore di Sant’Agostino, Lazzati sapeva bene che la città terrena, segnata nell’intimo dal peccato, non avrebbe mai potuto rispecchiare completamente quella celeste: a quest’ultima però la prima deve volgersi, come a esemplare paradigma, al fine di rendere la vita di ogni uomo degna della sua alta vocazione. In particolare, la figura biblica del Regno di Dio (Regno di pace, di giustizia, di verità, di amore imperituri) rappresentava, secondo il Professore, “principio animatore” della storia e, di conseguenza, modello di riferimento ideale per l’impegno nelle realtà secolari. Di questo Regno la Chiesa “costituisce in terra il germe e l’inizio” (Gaudium et Spes, n. 5): una responsabilità grande ed esaltante, amava ripetere Lazzati negli anni post-conciliari, che deve sollecitare le comunità cristiane ad esserne interpreti convincenti.

Verso una santità laicale

Il fedele laico, era solito osservare il Professore, rilanciando l’insegnamento del Concilio, è chiamato a santificarsi non nonostante, ma attraverso le attività di ogni giorno. Dunque, la condizione secolare, per dirla con Paolo VI, diventa suo “luogo teologico”, cioè via abituale e normale del cammino di santificazione. Lazzati fu interprete esemplare di quest’orientamento, che tende a conferire all’esperienza quotidiana rilevanza decisiva anche sotto il profilo della vita spirituale. Non per nulla fu in lui costante l’applicazione per assolvere al meglio delle capacità e possibilità personali gli impegni via via assunti. Tale era la consapevolezza della responsabilità verso le quotidiane incombenze professionali e non, da insistere a più riprese sulla cosiddetta “perfezione dell’opera”. In altri termini, non ogni maniera di lavorare e di procedere nelle realtà secolari assume valore, favorendo, conseguentemente, la crescita spirituale della persona: vi concorre, invece, solo quella rispettosa sia delle “leggi” intrinseche all’opera intrapresa sia dei princìpi morali che devono presiedere a qualsiasi attività umana.
Nell’interpretazione di Lazzati, il valore teologico della condizione secolare coinvolgeva l’intero orizzonte dell’esperienza umana. Oltre al lavoro, all’impegno sociale e politico, chiamava in causa, infatti, gli altri aspetti e dimensioni della vita: per esempio, l’amicizia, la convivialità, il tempo libero. Appena gli era possibile, egli amava stare in compagnia degli amici, trascorrere con loro momenti di serena allegria, passare qualche periodo di riposo in attraenti luoghi naturali (come gli erano cari i paesaggi alpini!), ravvivare lo spirito con la contemplazione artistica (soprattutto della musica). Secondo il Professore, restava a ogni modo chiaro che l’esperienza secolare, se vuole effettivamente incidere nel cammino spirituale del cristiano, va posta in relazione con il dinamismo della grazia e della sequela del Signore Gesù. Esige cioè partecipazione al mistero liturgico-sacramentale, preghiera personale, tensione morale, unitamente a corresponsabile adesione alla vita della Chiesa e alla sua missione evangelizzatrice.
A proposito di spiritualità laicale, Lazzati, negli ultimi tempi, amava indicarla con tre caratteristiche: creativo-creazionale, per la connaturale corrispondenza con l’attività di trasformazione della realtà, cui il laico, tramite innanzitutto il lavoro, presiede, in obbedienza al comando del Creatore (cfr. Genesi, 1, 26-28; 2, 4b-25); sapienziale, ossia ispiratrice di un impegno nel mondo secondo criteri consoni con la sapienza divina, “dono dall’alto” da invocare incessantemente; comunionale, in quanto alimentatrice di una tensione all’incontro, al dialogo, alla condivisione con tutte le persone “di buona volontà”, insieme alle quali si è chiamati a vivere e operare nei diversi ambienti di vita. Una spiritualità del genere non poteva che incoraggiare e sostenere personalità laicali aperte alle novità della storia. Era ricorrente sulle labbra di Lazzati l’espressione di Sant’Ambrogio: “Nova semper quaerere et parta custodire”. Con traduzione libera, potremmo dire così: il fedele laico “adulto” deve guardare fiduciosamente a quanto si muove nel suo tempo, applicandosi nell’esercizio del discernimento, per accogliere tutto ciò che, in termini di idee, esigenze, sensibilità, appare come positivo e perciò capace di arricchire il patrimonio fondamentale della Tradizione; patrimonio, d’altra parte, da conservare e trasmettere, di generazione in generazione, nella sua integrità.
Vorremmo concludere con un’importante precisazione, costantemente sottolineata da Lazzati: anche per il fedele laico dei tempi moderni resta valida e paradigmatica la condizione paradossale di ogni discepolo di Cristo tracciata dall’A Diogneto. In questo documento del II secolo, così amato dal Professore, leggiamo: “I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per il modo di vestire. Non abitano mai città loro proprie, non si servono di un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita […]. Sono sparpagliati nelle città greche e barbare, secondo che a ciascuno è toccato in sorte. Si conformano alle usanze locali nel vestire, nel cibo, nel modo di comportarsi; e tuttavia, nella loro maniera di vivere, manifestano il meraviglioso paradosso, riconosciuto da tutti, della loro società spirituale. Abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure portano i pesi della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera […]. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro modo di vivere vanno ben al di là delle leggi. Amano tutti e tutti li perseguitano […]. In una parola, ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo” (2, V-VI). Qui, possiamo ben dirlo, trovava magistrale descrizione quel modello di vita cristiana che Giuseppe Lazzati, nel corso della sua intera esistenza, si è sforzato d’interpretare e di proporre ai fratelli nella fede con “intelletto d’amore”.

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