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VOCAZIONE E MISSIONE DEI LAICI

Roma 10 novembre 2015

Laici subalterni alla gerarchia o protagonisti nella missione e nell'evangelizzazione?
Meglio al servizio della pastorale o come testimonianza nel mondo secolarizzato?

Come risolvere il problema dei laici che tendono a clericalizzarsi e dei sacerdoti che vogliono svolgere le funzioni dei laici? È giusto che laici e donne assumano cariche di responsabilità nelle Curie e nelle dioce-si, oppure bisogna distinguere precisamente i due ambiti? Che cosa hanno detto il Concilio Vaticano II e i Pontefici in proposito?

A queste ed altre domande ha cercato di rispondere la Giornata di Studio dal titolo Vocazione e missione dei laici, a cinquant’anni dal decreto Apostolicam actuositatem. L’incontro è stato promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici per celebrare il cinquantesimo anniversa-rio della promulgazione del decreto conciliare (promulgato il 18 novembre 1965), in cui si intendeva riproporre la vocazione e la missione dei fedeli laici nella Chiesa e nel mondo.

Il professor Arturo Cattaneo, docente alla Facoltà di Teologia di Lugano, ha spiegato che è necessaria la spinta dei laici per uscire dal clericalismo e dall’autoreferenzialità. Paradossalmente però, dopo il Concilio, si assistette alla crisi dell’Azione Cattolica, e questo non ha favo-rito il decreto anzi lo ha screditato. Nel periodo seguente al post-Concilio si è assistito al sorprendente sviluppo dei movimenti ecclesiali e del rinnovamento spirituale e pastorale.
I nuovi movimenti ecclesiali sono stati una piacevole e inaspettata sorpresa, pur con certe difficoltà. Sono stati indicati come una rosa sbocciata inaspettatamente ma con le sue spine che rischiavano di conficcarsi nella comunità ecclesiale. Benedetto XVI ha esortato la Chiesa ad andare verso i movimenti con amore. Giovanni Paolo II ha invita-to i movimenti a integrarsi nella comunità ecclesiale. Il santo papa polacco ha spiegato che la vera comunione non può esistere se non si integra nella comunità più grande, perché la parte ha senso in relazione al tutto. I nuovi movimenti hanno dato nuovo slancio soprattutto tra i giovani, anche se il ruolo ecclesiale dei laici, soprattutto nei decenni post conciliari non è stato portato avanti sempre in modo adeguato. Secondo il professor Cattaneo, il ruolo dei laici non va accentuato nella loro presenza in Curia. Ciò che è più importante è la loro vocazione individuale.
Bisogna ridurre la presenza dei laici nel ruolo ecclesiastico. Non tocca loro diventare preti. La loro forza è vivere nel mondo secolarizzato. La specifica missione dei laici infatti è in ambito secolare. “Non voglio dire che i fedeli laici non devono impegnarsi nei diversi ambiti ecclesiastici – ha precisato il professor Cattaneo -. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra la chiesa e le realtà secolari”. Allora come oggi rimane aperta la sfida di come risvegliare o scuotere la coscienza di tanti fedeli renden-doli attenti alla loro identità cristiana, e soprattutto rilanciare il loro ottimismo cristiano per rivitalizzare l’apostolato laicale. Ha aperto gli interventi pomeridiani, il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Secondo il porporato guineano, quello dei laici non è un “ruolo” ma uno stato, una presenza che va molto oltre il “fare qualcosa”.
L’affermazione di tale presenza ha però dovuto fare i conti con una secolarizzazione che non tocca soltan-to il mondo ma anche la Chiesa. Anche per questo la principale sfida per i laici è quella di raccogliere le “sfide antropologiche” della post-modernità e di una “negazione di Dio” che diventa “ideologia”. Del resto, ha ricordato, “è pericoloso sottoporre al consenso della maggioranza le grandi questioni antro-pologiche”. Ci sono infatti principi che “non si possono distruggere, senza distruggere l’uomo e la sua libertà”. In questo scenario, il cardinale Sarah ha individuato numerose derive, dal “divorzio tra fede e cultura”, al circoscrivere la fede a una dimensione puramente “intraecclesiale”, fino al vivere la fede solo su un piano intellettuale, senza lasciarsi trasformare dall’incontro personale con Gesù Cristo. Solo “lasciando agire in sé Cristo”, il laico potrà essere “luce del mondo” e “sale della terra”, affermando la “non casualità dell’esistenza”, la “positività del reale” e la “vittoria sulla morte”.
Non è però possibile un tale percorso al di fuori della croce: se la si esclude dalla nostra vita, “non si può capire cosa voglia dire essere figlio di Dio”, ha puntualizzato Sarah, osservando che i “paesi più solidi” nella fede sono proprio quelli che “hanno conosciuto il martirio”. La “Croce”, l’“eucaristia” e “Maria” sono le tre realtà che, se piantate nella nostra vita, permettono di “crescere bene nella fede”, ha quindi concluso il porporato.

Luca Marcolivio - ZENIT