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Gianni Ferrari

Gianni Ferrari

Cortile San martino (PR) 11 dicembre 1937 – 1965 – Parma 23 dicembre 2009

La malattia con la quale Gianni ha trascorso molti anni della sua vita, lo ha spinto un giorno a scrivere questa riflessione:«La vita è carica di prove, ci sono le grandi prove dei lutti, delle disgrazie, delle malattie, dei grandi distacchi. Sono da paragonare al martirio dei primi cristiani ma la grazia del Signore ce le fa superare con coraggio, grinta e spavalderia. Poi ci sono le piccole prove quotidiane, è il martirio elevato all'ennesima potenza, il perdurare della prova giorno dopo giorno, per mesi, per anni, con mille interrogativi senza risposta e in cui ti senti abbandonato anche da Dio».
Per comprendere la sofferenza di Gianni bisogna tenere in considerazione la modalità con cui aveva vissuto, senza mai risparmiare le sue energie, nelle varie attività in cui è stato coinvolto, come lui stesso ha spiegato:«Prima della malattia avevo una vita molto intensa: lavoro, parrocchia, giovani, sindacato, partito; un turbinio d’attività, mi sentivo un Padre eterno. Poi la malattia che in un mese mi ha ridotto alla poltrona, ne sono seguiti tre mesi di disperazione. Pian piano, nella preghiera, il Signore mi ha guidato alla comprensione, non della malattia che è ancora un mistero, ma della possibilità di approfittare positivamente di questo tempo, soprattutto a scoprire che il Padre eterno è Lui solo».
Racconta Gianni:«Abbiamo conosciuto la povertà più nera del dopo guerra: quanto hanno tribolato i nostri genitori per sbarcare il lunario». Per questo motivo lui e il fratello Sergio iniziano a lavorare all'età di 14 anni, Gianni svolge varie mansioni, manovale, magazziniere, antennista, rappresentante e bidello.
Durante la sua lunga malattia Gianni ha scoperto il valore delle cose essenziali, è cresciuto in lui l'amore per la Parola di Dio e per la nostra vocazione, manifestando con parole e scrivendo le sue preoccupazioni perchè nell'Istituto non ci si perda in troppe attività ma ognuno si affidi totalmente al Signore e sappia vivere una profonda fraternità con tutti.
A volte appariva insofferente verso certe banali domande riguardo la sua salute ma, il motivo è ben spiegato da lui stesso:«L’ammalato, pur nella sua situazione di bisogno degli altri, necessita d’essere circondato da un clima di fede autentica, ancor più e prima delle medicine. Quindi, anche l’assillo dell’interessamento sulla salute a volte diventa pesante, deprimente, scoraggiante, come se quello che conta, com’è per i pagani, fossero solo i soldi, la carriera, la salute, la salute prima di tutto. Almeno fra noi, affrontiamo la malattia con spirito di fede, di partecipazione alla Croce di Cristo per la salvezza di tutti gli uomini, e se proprio dobbiamo chiedere (perché anche dobbiamo chiedere!), almeno non mettiamolo mai come prima e più importante domanda».
Quando viene a mancare la salute si sperimenta una grande povertà ma, per Gianni è diventata la condizione per acquisire saggezza e docilità verso il Signore, così scriveva nel 2001:«Amo definire il tempo della malattia "Tempo di Grazia" per cui "Ringraziare". Non che la malattia sia un bene, essa è e rimane un male da combattere e da cui sperare di venirne fuori. Può essere un gran bene per cui ringraziare il tempo trascorso in essa, per la scarnificazione che si produce nell’animo oltre che nel corpo, riducendo la persona ad avere bisogno di tutto e di tutti e soprattutto di Dio».
Gianni ha spesso manifestato una sana inquitudine verso i formalismi ma, il suo scopo era rivolto al bene dei fratelli e indurli ad aprire gli occhi sui pericoli che lui percepiva:«...restiamo terra umile, fragile, debole e carica di difetti e di manchevolezze come tutti gli uomini di questo mondo. L’emettere i voti non è mai un’assicurazione contro gli infortuni del peccato e delle debolezze umane, non ci trasforma in angeli, anzi, proprio per una acquisita maggiore consapevolezza e coscienza, ci fa più peccatori degli altri. Ed allora diciamocele queste realtà negative, assieme a quelle positive, allo scopo di aiutarci a camminare verso il Signore ed essere più autentici e sinceri nel servizio dei fratelli: più capaci di capire gli altri. Mi sia lecito sognare una comunità in cui i componenti si sentano veramente fratelli intorno al Cristo, fratello maggiore. E si parlino fra loro a cuore aperto, portando a tutti i propri bagagli positivi e negativi, per aiutarsi a crescere insieme».
A testimonianza della sua umiltà a chiedere l'aiuto del Signore, Gianni concludeva spesso le sue riflessioni con queste parole:«Gesù buono che mi ami tanto, sono come sono, Grazie, mi fido di Te, confido in Te, mi affido a Te. Amen».