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Leone Ferrario

Leo Ferrario

Milano 24 marzo 1904 – 1948 - Rho (MI) 20 aprile 1983

Laureato in lettere, è insegnante di latino, greco, storia e geografia nel liceo classico Gonzaga di Milano per 50 anni. Enrico Morati fu un suo allievo e ricordando Leone ha scritto:"In classe teneva la disciplina senza alcun sforzo, sapeva lasciar andare le briglie - quante battute scherzose e come le diceva sapientemente - e le sapeva riprendere; le sue lezioni di letterura latina e greca erano un capolavoro e per un'ora in classe non si sentiva volare una mosca. Senza far rumore, senza alzar la voce, con un sorriso di comprensione ed un arguto motto appena sussurrato di vecchia sapienza meneghina, nobile nella semplicità del tratto, suggestivo nella profonda religiosità e vita interiore, congiunte con una cultura ed una professionalità che conquistavano gli alunni, può essere preso a modello di quell’ideale insegnante laico nella scuola religiosa. Lo ricordano le migliaia di alunni che ebbero il privilegio di averlo come insegnante di religione, per la sua assoluta coerenza tra insegnamento e vita. Fu affiliato alla Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane e decorato del diploma di benemerito della Scuola cattolica".
Nella parrochia di San Marco è presidente dell'Azione Cattolica e si occupa di attività assistenziali in tutta la città milanese.
Dal 1952 al 1956 è incaricato per la formazione dei giovani dell'Istituto.
Quando per motivi di salute dovette lasciare la sua abitazione e andare in un ricovero per anziani, accolse il cambiamento con grande spirito di adattamento. Seppe parlare della casa dove aveva vissuto, i suoi mobili antichi, i raffinati servizi di piatti, i tanti libri, con sereno distacco. Gli altri ospiti della casa Perini a Rho dove si era ritirato, restarono impressionati dalla sua semplicità e cordialità.
Nel suo ultimo scritto dice:" Vi chiedo perdono delle offese che posso avervi involontariamente arrecato e dell'esempio poco edificante dei miei silenzi là dove avreste atteso che parlassi. Mi son sempre sentito assai piccolo di fronte a voi tutti, per questo spesso ho taciuto ed è stata per me gran pena non trovare che cosa aggiungere di fronte alla ricchezza spirituale delle vostre espressioni; peraltro fu umiliazione salutare per il mio orgoglio".
Ricordando questa particolarità, Gianni ha scritto:"Un uomo che ci ha tenuto compagnia per molti anni, facendosi conoscere col suo silenzio. Quando si discuteva tra noi, era difficilissimo provocare un suo intervento, anche quando l'argomento toccava il campo di sua competenza. Tirargli fuori un discorso, era impresa ardua. Non perchè non sapesse o perchè non volesse, lo si notava sempre attento e compreso nella discussione. Forse una specie di innato pudore e una profonda umiltà, gli impedivano di rivelare una intelligenza e una preparazione non comune. Leo voleva e doveva "salire in cattedra" solo a scuola, nel suo ambiente "naturale", là dove la sua missione di educatore appassionato e sapiente lo rivelava per quello che era. Quand'era "in famiglia", tra quelli della sua Comunità, il "professore" non doveva più esistere. Non era più un docente, ma un discepolo in silenzioso ascolto".