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Antonio Magrin

Magrin

Montegalda (Vicenza) 23 giugno 1945 – 1985 - Vicenza 12 maggio 1996

Uomo dalla battuta pronta e dalla risposta a volte spiritosa, carattere allegro, fondamentalmente ottimista, Antonio era figlio di una numerosa famiglia (16 figli), di genitori campioni di una fede semplice e incrollabile in Dio, Padre e Provvidente.
Il suo incontro con l’Istituto è dovuto alla sorella Bertilla, consacrata in un Istituto Secolare femminile, che vista la non attitudine al matrimonio di Antonio, pensò che nell’ alveo di una consacrazione secolare poteva realizzarsi la sua vocazione e così ne indicò la via e promosse i primi contatti.
Inizialmente lavora come inserviente generico addetto alla pulizia presso l’Ospedale di Vicenza ma sapeva rendersi utile anche per riparazioni di impianti e macchinari; il suo desiderio era di trovare un posto come elettricista, la professione cui si sentiva portato e lo dimostrò, tra l’altro, quando andò in Africa a dare, il suo contributo alla messa in opera di una linea elettrica per l’Ospedale di Goma.
Decise successivamente di frequentare la scuola infermieri per poter esercitare la professione che lo metteva a contatto col mondo della sofferenza e con l’umanità nel momento del dolore.
Nel suo ambiente di lavoro, Antonio manifestò la sua personalità nella pienezza: l’attenzione al malato, la parola di conforto, di sostegno, la battuta rilassante, l’aiuto spirituale che riusciva a dare al sofferente, la fiducia e la serenità che trasmetteva e i rapporti di cordialità ed aiuto con i colleghi, gli crearono intorno una stima ed una simpatia di cui si sono avute prove durante gli ultimi giorni di degenza in Ospedale, dove moltissimi colleghi non mancavano di passare a salutarlo.
Delle molte cose che si potrebbero dire di Antonio, due meritano di essere particolarmente ricordate: la sua preghiera, frutto ed alimento della sua vita di intima unione con Dio, e il capolavoro della sua malattia e della sua santa morte. Quello che lo distingueva era una lettura sapienziale della vita e della storia, che gli derivava da una frequentazione della Parola di Dio ascoltata, approfondita e fatta sostanza dell’esistenza, che lo portava a viverla durante il giorno. Era una preghiera contemplativa, alla quale l’aveva introdotto ed educato un monaco dell’Abbazia di Praglia, don Silvano, che durante la malattia lo visitava, portandogli il conforto anche della celebrazione eucaristica.
L’altro importante aspetto della sua vita, da ricordare, è “l’evento malattia”, da lui generosamente accettato insieme con le sofferenze e i disagi che essa comportava. Antonio dovette affrontare un periodo costellato di ricoveri, interventi che lo inchiodarono a letto, da prima a casa e poi in ospedale, in un crescendo di dolori e di male che gli mettevano sulla bocca la supplica di esserne liberato!
I dieci mesi trascorsi a letto, immobile sono stati santificati, non solo dal dolore, ma anche dalla preghiera.
Gli ultimi 15 giorni li trascorse all’Ospedale di Vicenza, dove aveva lavorato per diversi anni; molti andavano a trovarlo e tutti restavano meravigliati per la sua serenità e per la costante presenza delle sorelle e durante la notte per l’assiduità di Marino. Un infermiere, vedendolo presente ogni notte, gli chiese: “Lei è un fratello o un parente?”. Marino gli rispose: “Sono un amico!”. Al che quello esclamò stupito: “Caspita che amico!”.