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Elio Malvezzi

Malvezzi

Redona (Bergamo) 19 ottobre 1926 – 1952 - Monza 3 dicembre 2004

Vi sono persone il cui ricordo è incancellabile per la traccia che hanno lasciato con la loro opera nella comunità, con la loro presenza e la loro parola tra quanti le hanno conosciute e sono state amiche. Una di queste è Elio Malvezzi. Il suo ricordo non solo è un dovere di ringraziamento per quanto ha fatto, soprattutto per Monza ma, è anche un arricchimento spirituale per chi, ripensando alla sua figura, è portato a considerare il senso profondo del suo operare e a tentare di seguirne l'esempio. Elio era una persona tanto impegnata e coerente quanto schiva ed umile, che amava fare nel silenzio più che far sapere quanto faceva, che preferiva concentrarsi sulle cose importanti ed essenziali più che disperdersi in farraginose presenze.
La competenza artistica e professionale dell'architetto Malvezzi forse è meno nota, eppure dentro e fuori città, vi sono interventi nell'edilizia abitativa e di culto che hanno la sua impronta, dalle residenze private di Monza agli edifici pubblici di Montevecchia, dal presbiterio della chiesa del Carmelo di Monza al nuovo Oratorio Redentore ed al disegno del calice usato per la prima S.Messa di don Dossetti, nonchè alla ristrutturazione dell'Eremo di San Salvatore ad Erba.
La dimensione politica e sociale, che è stata più evidente nell'amministrazione dell'ospedale San Gerardo, nella carica di sindaco di Monza e in quella di consigliere regionale, ha accompagnato Elio per tutta la vita, dall'impegno tra i cattolici democratici socialmente aperti, con l'amico sindaco Luigi Pavia, all'istituzione del centro studi Achille Grandi, all'insegnamento al Centro Sociale Ambrosiano.
Beppe Colombo

Credo che si faccia sempre fatica a parlare di una persona amica scomparsa in modo tanto repentino, ma sono convinto della sua presenza tra noi “nel Signore” per cui mi sembra di poterlo vedere ancora sorridente soprattutto per i tanti e cari incontri che ricordo, di lui.
Ero giovanissimo sacerdote quando un pomeriggio con la Cinquecento, in compagnia della mamma, mi presi alcune ore di sollievo andando a visitare un eremo caratteristico sopra Erba. Uscire da Milano durante il caldo d’estate per andare in montagna... è sempre un pio desiderio di tutti i Milanesi. E negli anni ‘50, Erba era ancora un bell’ideale di montagna. Con un pò di peripezie riuscimmo a inoltrarci nei boschi sopra Erba ed a raggiungere quello che pensavo un eremo... fatto e finito, invece ci trovammo davanti a tanti muri mal messi e ad abili operai che lavoravano a dare consistenza al vecchio eremo.
Non fu grande l’entusiasmo per la scoperta, ma fu grande l’impressione per un luogo che poteva diventare un bel posto di silenzio e di preghiera. E fu proprio così.
L’eremo S. Salvatore divenne presto per i giovani dei movimenti cattolici e per noi giovani sacerdoti un punto di intensa spiritualità. Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, in questi anni forti ed entusiasmanti cominciai a frequentare con ritiri ed esercizi spirituali la struttura dell‘eremo che nel frattempo stava prendendo, per opera del giovane architetto Elio Malvezzi, un aspetto gradevolissimo di arte antica e di semplicità monastica. In quel periodo incontrai varie volte l’Architetto e cresceva in me una stima particolare per il suo modo limpido e sereno di conversare e di proporre novità, mentre eravamo immersi in un mondo giovanile pronto a voler “cambiare tutto”.
Nominato parroco nei primi anni settanta, nella parrocchia della periferia sud-est milanese al Corvetto, il vecchio porto di mare, formato in maggioranza da case popolari e con una grande struttura composta da chiesa, oratorio, enorme sala cinema-teatrale e grande casa parrocchiale prospiciente sulla allora famosa via dei Cinquecento, mi sentii immerso in un meraviglioso complesso pastorale, ma anche con un problema edilizio da rendere decisamente un pò più razionale. Ero preoccupato...e trovandomi un giorno all’eremo San Salvatore incontrai per caso il simpatico architetto. Mi venne un lampo, come si suol dire: perché non chiedere proprio a lui una mano competente? Timidamente azzardai la domanda. Fui meravigliato per la sua pronta adesione alla mia richiesta e combinammo una sua visita. Fu veramente una grazia per la nostra comunità parrocchiale; avevamo trovato non solo una mano competente, ma un cuore generoso ed un vero amico!
Poi capii anche il perché. Ci incontrammo molte volte e iniziò una generosa collaborazione durante la quale, con varie frasi intercalate nei tanti colloqui, venni a saper che proprio in quella zona estremamente popolare e povera, durante gli anni universitari di architettura, lui veniva con altri amici a compiere azione caritativa ed assistenziale verso tanta povera gente ed ora, ripensando a quelle brevi confidenze, sono convinto che proprio allora, al Corvetto, tra le case popolari di via dei Cinquecento si sia confermata la sua vocazione di laico consacrato. E forse era proprio il motivo per il quale, con tanta generosità, sempre eludendo qualsiasi rimunerazione, donava la sua competente prestazione con gioia come se dovesse lui ringraziarmi per l’occasione che la Provvidenza gli concedeva di compiere proprio lì un gesto che in qualche modo continuasse l’entusiasmo dei suoi anni giovanili.
La sua collaborazione fu per me anche una scuola splendida, soprattutto per due motivi. Non trovai più un architetto tanto disponibile a mutare giovialmente le sue impostazioni per “supporre”, come diceva spesso, una ipotesi prospettata che fosse di diversa soluzione a qualsiasi problema tecnico di sua competenza. In una particolare situazione poi imparai da lui prudenza e capacità politica. Nella ristrutturazione dei locali della parrocchia aveva progettato una serie di uffici che potessero unire la casa parrocchiale alla chiesa: era un progetto di costruzione nuova e il Comune di Milano in quegli anni stava rallentando i permessi per nuove costruzioni a causa delle difficoltà nell’aumentare le infrastrutture di servizio e per razionalizzare, si diceva allora, la crescita esuberante della città. La conclusione fu purtroppo la sospensione dell’attività del cantiere con tutte le inevitabili difficoltà economiche conseguenti. Ingenuamente chiesi allora all’architetto, che in quel periodo partecipava alla vita politica della città come consigliere comunale, di interporre una “parola di raccomandazione” per i nostri lavori. La sua risposta fu semplice, cordiale, ma decisa. “Lei sa, mi disse sorridendo, che può domandarmi tante cose che faccio molto volentieri, ma per cortesia non mi chieda questo poichè domandare un favore anche pulito in politica, significa immischiarsi immediatamente in un giro di scorrettezze”. Poche volte nella mia vita ho ricevuto con tanta benevolenza una lezione così forte e decisa.
Dopo parecchi anni di tanta sua cordiale benevolenza, a noi sacerdoti della parrocchia parve giusto e doveroso compiere un gesto di gratitudine e pensammo immediatamente ad una onorificenza pontificia. Essendo una persona religiosa con voti riconosciuti ufficialmente dalla chiesa ci furono alcune perplessità circa il titolo di onorificenza. Venne accolta la richiesta per l’onorificenza “Pro Ecclesia et Pontifice”.
Telefonai al carissimo prof. Lazzati, che spesso veniva nell’ambito della nostra parrocchia dove aveva sede un bel pensionato della Cattolica per giovani universitari, per comunicargli l’intenzione. “Fate bene – rispose, e aggiunse sottovoce - l’hanno data anche a me!” Il giorno stabilito, tutti i sacerdoti della parrocchia con un gruppetto di collaboratori, partecipammo in curia alla solenne consegna… e fu un’altra curiosa lezione di umiltà serafica! Dopo aver ricevuto il distintivo, appuntato dal card. Carlo Maria Martini al bavero della giacca, mentre la cerimonia procedeva nella consegna di altre onorificenze, con estrema semplicità e disinvoltura, senza che alcuno si accorgesse, lui tranquillamente si era tolta l’insegna e se l’era messa in tasca.. Poi chiaccherando affabilmente come se nulla fosse accaduto andammo in un ristorante della parrocchia per festeggiare l’avvenimento e dovetti far non poca fatica per convincerlo affinché almeno facesse contenti i commensali presenti proprio per l’occasione, rimettendo sulla giacca, durante il pranzo, il bel distintivo. Qualche mese dopo, in una serena conversazione telefonica, mi ringraziò cordialmente per il gesto della parrocchia e aggiunse una confidenza che mi lasciò alquanto sconcertato: “E’ la prima volta, mi disse, che ricevo un riconoscimento ufficiale”.
Dopo tanto bene compiuto disinteressatamente, la vera grande gioia per la ricompensa che supera ogni nostra comprensione, l’ha certamente trovata in quell’alba luminosa del 3 dicembre partecipando improvvisamente in paradiso alla festa gloriosa in onore dell’instancabile apostolo Francesco Saverio. Ora non avrò più l’occasione di incontrare qui un cordiale Amico, ma sono certo che abbiamo tutti acquistato un cordialissimo e forte intercessore per nuove e più importanti costruzioni del nostro giorno terreno.
don Giovanni Foi