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Giuseppe Clemente Rosi

Rosi

Merlino (Lodi) 6 ottobre 1939 – 1970 - Soncino (CR) 13 luglio 2011

L'amico é... uno che non fa prediche
(articolo pubblicato da Comunicare nel 1999)

Sono stato invitato a festeggiare il 60° compleanno di Clemente, assieme ad altri tre o quattro amici. Il tutto in gran segreto. “Dev’essere una sorpresa per lui!” E che sorpresa! Da brivido. I suoi giovani hanno deciso di ritrovarsi tutti insieme ad un ristorante alle ore venti per la cena in suo onore, eravamo più di settanta. Oltre a me c’era anche Mario G. e Giorgio M..
Alle ore 20 tutti eravamo già a tavola, c’erano amici del paese, compagni di lavoro, il sindaco di Settala, comune presso cui lavorava il nostro festeggiato, sembrava un pranzo di nozze. Qualcuno diceva: “ma non verrà! Se solo ‘mangia la foglia’ non si fa vedere, riservato com’è figurarsi se si presenta! Ed invece alle venti e trenta circa eccolo, appare sulla porta (due suoi amici gli avevano proposto una cenetta per festeggiare l’acquisto di una nuova automobile). È stato un momento shock. Fa un passo indietro, si guarda a destra e vede alcuni amici che da tempo non vede, poi a sinistra la fila dei suoi colleghi d’ufficio col sindaco in testa, vede noi e rimane di sasso. Ma non è finita: il momento più emozionante è quando uno dei suoi giovani gli legge, a nome di tutti gli altri, un discorso. Clemente è nel centro (seduto) e tutti i ragazzi sono attorno. La commozione è alle stelle. Io che sono dietro alle quinte e guardo in volto questi suoi amici, vedo scappare qualche lacrima, anche Clemente è notevolmente commosso.

Caro Clemente!
Sappiamo già cosa stai pensando: siete tutti matti, non dovevate, avete speso soldi per niente, non voglio la televisione, non voglio il telefonino…
Ma non meravigliarti, stasera, di trovare tutti i tuoi ragazzi insieme.
Come dice una canzone che abbiamo cantato tante volte insieme: “L’amico è… uno che non fa prediche”, il nostro scopo non è questo, ma sentiamo di doverti ringraziare.
Ognuno di noi ha per te un affetto speciale, tu sei stato per noi e lo sei tuttora nel tuo costante impegno per i giovani, il nostro punto di riferimento, l’amico sempre disponibile, l’amico che ci ha insegnato i veri valori della vita, l’amico che ci ha insegnato ad avere fiducia in noi stessi, ci hai accettato per quello che eravamo.
In tutti questi anni, tu ci hai nutriti, non solo con la tua saggezza, la tua umiltà, la tua generosità, ma anche nel vero senso della parola. Casa tua era il nostro Pub dove ci offrivi ogni ben di Dio, con la sola penalità: la recita delle orazioni della sera, seguita da una breve omelia!
E cosa dire dei vari campeggi, le settimane bianche, le castagnate, le escursioni?
La tua agenzia offriva di tutto: angurie vaganti, essenza di calzettoni portati per quindici giorni, pulmino agonizzante, il contratto con la fabbrica del tonno riomare , zaini dimenticati sui treni, nasi sanguinanti, causa una palla di neve, fughe improvvise in quel di Monaco all’Oktober fest…
L’unico rimprovero che ti facciamo è di non averci mai portato alla Minitalia , ma soprattutto non ci hai fatto visitare una chiesa! Perché? Avevi forse paura che ci mettessimo a cantare? Sei stato tu ad iniziarci al canto dividendoci in voci bianche, voci basse, tenori, soprani, vùsadur della Val Padana, chi vùsa pus è, chi fa finta di cantare, alpini, creando il coro a sei o a più voci (nel senso che ognuno cantava per sé).
Quanti anni passati assieme… tu hai raggiunto la soglia dei 60, portati magnificamente! Sarà forse merito della moglie, eternamente in vacanza?
Ci eravamo ripromessi di non fare prediche, allora concludiamo ringraziandoti ancora una volta, premiandoti idealmente perché sempre a questo mondo non ti danno quello che ti meriti.
Noi possiamo solo dirti che la nostra vita, specialmente nell’adolescenza, non avrebbe avuto lo stesso significato, la stessa impronta, lo stesso scopo che questa sera ha unito generazioni diverse, tutte qui riunite in una sola voce per dirti: “Ti vogliamo tanto bene!”.
Un applauso gigantesco e commozione totale!

Intervista a Clemente
(articolo pubblicato da Comunicare nel 1997)

Cosa fai adesso?
Mi occupo di attività parrocchiali, anche se sono rimasto quasi inattivo per dieci anni per discordanze col parroco.... Sono impegnato anche nel partito. Nel direttivo, sono vice segretario, ci sono entrato da quando avevo diciotto anni e ci sono rimasto. Mi aveva spinto ad entrarci il mio vecchio prete di allora, allora si chiamava DC. Mi occupo di organizzare la sezione. Daniele il segretario in carica è nel direttivo provinciale di Lodi, e parteciperà al prossimo congresso nazionale del partito a gennaio a Roma. Sono stato io a convincerlo a entrare e a candidarsi, l’ho nominato segretario, è un giovane a cui ho fatto catechismo. Sono contento di aver trovato e aiutato un giovane a portare avanti le idee in cui credo.

Ti sei sempre occupato di giovani?
Si, è sempre stata la mia preoccupazione di aiutare a crescere, educare alla fede e alla vita nella fede i giovani, che qui nel paese son già pochi, e che il parroco di prima ha fatti scappare in ogni senso, dal punto di vista religioso e politico.

E in parrocchia?
Faccio la catechesi agli adolescenti di primo e secondo anno delle scuole superiori. Poi li ritrovo tutti i giovani del paese alla sera a casa mia. Questi ragazzi non sanno dove andare, all’osteria non vanno, e c’è la tradizione instaurata dal vecchio parroco, un sant’uomo, che li invitava da lui alla sera. Così ora vengono da me alla sera, con coca cola e spagnolette e sono felici di stare in compagnia. Si contentano di poco, mi rompono anche qualche bicchiere [me ne indica uno sul lavandino, ndr], ma fa niente. Importante per loro è ritrovarsi, parlare, beh non pensare che siano tanti, saranno sette o otto, qualche volta qualcuno di più. Assieme organizziamo qualche gita sulla neve o in montagna d’estate, partecipiamo alle iniziative della diocesi, la veglia missionaria, la giornata dei giovani ecc.

Sei dunque il punto di riferimento per loro?
Sì, finché resisto... Il guaio è che non ci sono altri che hanno a cuore la passione educatrice nei confronti dei giovani, tranne forse Daniele. Il mio cruccio è questo. Mancano dei leader, anche il fatto di non avere un riferimento di un prete stabile ha giocato molto. Loro talvolta lanciano l’idea di fare assieme magari un campeggio o altre iniziative, ma da solo mi sembra un impegno sproporzionato alle mie forze. L’ultimo campeggio che abbiamo fatto risale all’’86, poi ci è stato detto dal parroco di arrangiarci. I ragazzi poi senza guida si smontano ancora prima dei pochi adulti e quindi... Ogni tanto ritornano con la proposta e io dico loro che ho una certa età, andrei ancora ma dovete organizzare e lavorare voi ! Credo comunque che per loro sia importante un luogo dove trovarsi. Qui a Merlino non ci sono divertimenti, ci sono due bar e basta. Lodi dista sedici chilometri ma i giovani non ci vanno molto volentieri, non sentono molto le iniziative diocesane.

Come sei arrivato all’Istituto?
Per diversi anni sono andato a fare gli esercizi spirituali. La prima volta me lo suggerì il mio prete, non avevo ancora sedici anni. Ricordo che mi consigliò di dire che ne avevo diciotto, altrimenti mi avrebbero mandato a casa. Non mi chiesero niente. Per quattro o cinque anni andai a Triuggio, poi un padre gesuita mi disse: “perché non vieni da noi?” Ero alla ricerca di Dio, di una intimità col Signore, dopo un anno mi sono deciso. E ho fatto quattro mesi. A novembre però mi sembrava di essere in gabbia, una sensazione di nostalgia, un fatto umano. Sono tornato a casa facendo la felicità di mia mamma che era rimasta sola dopo che i miei fratelli si sono sposati. Continuavo ad andare a Triuggio, ero sempre in ricerca, di sposarmi non ne avevo voglia. Il mio assistente, il prete giovane mi condusse alla Cattolica a parlare con Ezio Franceschini che era il Rettore nonché presidente di un istituto secolare, avevo diciotto anni. Mi disse, dopo avermi ascoltato, di tornare dopo aver fatto il militare. Ricordo che tornai a casa un po’ triste, ero così entusiasta! Il mio assistente però mi consolò: “E’ la volontà di Dio, se ci sono ostacoli è meglio, non preoccuparti!” Avevo capito cos’era la consacrazione secolare anche perché venivo dall’esperienza del convento. A Triuggio il padre Donadoni mi disse: “perché non vai dai lazzatini?” Mi diede un biglietto di presentazione e così mi presentai in via Stradella. Mi incontrai con Gianni Rossotti alle tre del pomeriggio che mi spiegò un po’ la vita dell’Istituto. Ero entusiasta. Poi mi combinò un incontro a casa di Giorgio Sala. La sera di quell’incontro Giorgio aveva invitato anche Riccardo per altre questioni. Arrivato da Giorgio vidi Riccardo e gli dissi: “ma noi ci conosciamo!” frequentavamo infatti gli ambienti di AC. Fu una gioia comune. Abbiamo due anni di differenza. Mi è piaciuto e mi piace nell’Istituto il massimo senso di libertà, nel decidere, nel pensare e poi anche la libertà che consente ad ognuno di avere una propria forma di vita. Fare il proprio lavoro, portare avanti i propri impegni e poi l’aiuto a sviluppare la vita cristiana e il battesimo.

Cosa apprezzi ancora nell’Istituto?
Il rispetto dell’individuo. Io ho un carattere piuttosto indipendente. Anche i colloqui col prof. Lazzati mi hanno dato questa prova di grande rispetto per la mia vita. Conosco una persona a Lodi che è consacrata in privato. All’inizio un po’ avevo l’idea di consacrarmi da solo. Ora penso che sia meglio essere in un istituto che ti aiuta, anche se viviamo ognuno per conto suo. Ogni tanto mi girano nella testa le fisionomie degli amici dell’Istituto. C’è la comunità, io la sento che c’è, qualche volta qualcuno si lamenta che non viviamo la comunità, ecco per me non è così. Non so come fa l’Istituto a farcela sentire, ma c’è. Saranno forse i ritiri, gli incontri. Non è soltanto a livello spirituale. Quando ci vediamo, sarà lo stesso spirito che ci anima, sembra che ci siamo visti il giorno prima. Non sono d’accordo quando certi miei confratelli dicono che noi dobbiamo prendere posizione come gruppo nei confronti di questo o quel problema sociale o politico. Non mi pare giusto. Non per essere individualista, ma tu nel tuo ambiente prendi posizione.

Per te la povertà è un valore primario?
Sì certamente. Noi dobbiamo avere i mezzi che ha la gente comune, l’operaio ad esempio. A volte siamo qua in dieci attorno a questo tavolo e cosa fai, metti in mezzo una bottiglia di acqua di rubinetto? No, compro la coca cola e le patatine o altre cose da sgranocchiare, una bottiglia di spumante quando si fa festa. Forse va contro la povertà, talvolta capisco che esco dal mio budget, ma lo faccio per accogliere bene la gente. Se vengono qua è perché si trovano bene accolti. Vedi io non ho la televisione, e ogni tanto i ragazzi mi dicono che dovrei acquistarne una, ma io penso che mi farebbe perdere un sacco di tempo; quando guardi la TV non puoi fare più niente. Allora dico loro: “è meglio leggere e parlare con la gente piuttosto che fossilizzarsi davanti alla TV che annebbia il cervello”.

Giuseppe L.