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Germano Quadrelli

Quadrelli

Milano 24 dicembre 1921 – 1950 – Rho (MI) 26 dicembre 2001

Germano Quadrelli era un dirigente nato, riservato, ma pronto a sostenere il proprio impegno con intelligenza e con forza. Qualche volta, pochissime, anche con il tono di voce e soprattutto con gli occhi che ti fissavano imperativi, ma non violenti; molte volte sorridenti, buoni. E la sua voce era appassionata, chiara, a guidare autorevolmente Convegni e Presidenze, le riunioni dei dirigenti, dei Propagandisti, eredità preziosa di don Olgiati, conservata come il motore del movimento.
Così lo si ricorda Presidente Diocesano della GIAC di Milano, in anni dal 1948 al 1956 in cui essere al vertice della Gioventù ambrosiana non era propriamente un compito facile sotto nessun punto di vista. I problemi della cosiddetta Formazione erano "nuovi", l'Organizzazione era responsabile di 34 mila tesserati che andavano dagli anni 10 degli Aspiranti Minori agli anni 30 dei Seniores, la linea di regia, a Milano, era diversa da quella di Roma, perché poggiava largamente sulla base degli Oratori, e a Milano si parlava di vocazione all'Azione Cattolica e si rifiutava una leva di massa.
Germano aveva il piglio del leader, autorevole, determinato, combattivo, anche se, conoscendolo da vicino, venivano a galla aspetti di una personalità sensibile e, forse, meno sicura di quanto potesse apparire all’esterno.
Di quell’appassionata esperienza di Chiesa, capace di suscitare entusiastiche mobilitazioni giovanili, balzano subito in evidenza alcuni tratti caratteristici: la ricerca di una specifica configurazione teologica del ruolo del laico e della sua forma propria di spiritualità; l’affermazione del primato della “vita interiore”, quale fondamento di ogni apostolato; l’accento su un modello di cristianesimo senza compromessi e perciò intrinsecamente “anti-borghese”; la consapevolezza del dovere della testimonianza in tutti gli ambienti di vita; il senso di un’attiva presenza storica dei cattolici, fuori però da equivoche sovrapposizioni fra il momento apostolico-ecclesiale e quello socio-politico.
Le aperture teologico-culturali e sociali, ben rappresentate sul foglio associativo “L’Azione Giovanile”, posero non pochi problemi ai dirigenti. Intanto, va detto che trovò difficoltà d’intesa con l’Unione degli Uomini Cattolici di Milano, presieduta dal 1942 al ’61 da Angelo Testori, interprete, insieme alla gran parte dei soci, di una linea spirituale più tradizionalistica e di una visione sociale meno aperta. Problemi sorsero, a più riprese, anche con la Santa Sede. Di tutto ciò Quadrelli ha fornito ampi riferimenti, con particolari gustosi, nell’intervento al convegno dell’aprile 1996 su “Schuster e il laicato diocesano associato”, promosso dall’AC diocesana. Anche da questa testimonianza si evince che l’arcivescovo, chiamato direttamente in causa in alcune circostanze di particolare tensione con Roma, fu sempre strenuo difensore dei “suoi” giovani. Egli sapeva che se talvolta si spingevano un po’ sopra le righe, era non per spirito d’insubordinazione, ma per il sincero desiderio di professare un cristianesimo coraggioso e senza compromessi. Schuster conosceva bene la purezza d’intenzioni e la generosità apostolica dei dirigenti della GIAC: li stimava, li incoraggiava, li difendeva, quando era necessario, anche se non mancava certo, al momento opportuno, di richiamarli all’ordine.
Quadrelli, come ho detto, lasciò la presidenza nel ’56. Nella lettera, in data 30 giugno, inviatagli per la circostanza, l’arcivescovo Giovanni Battista Montini gli esprimeva “gratitudine per il tanto bene compiuto”, “stima” e “benevolenza”. Quindi, aggiungeva: “Non è un congedo; è piuttosto un invito a restare nella grande famiglia dell’Azione Cattolica, ed a continuare a servirla, con l’esempio, con la fedeltà, con l’opera”.
Ora, il dato interessante su cui riflettere e considerando il quale ci si può rendere conto di una serie di ambiguità ancora non sciolte nell’Azione Cattolica degli anni Cinquanta (a conferma, fra l’altro, del non maturo accoglimento sul piano pratico delle “distinzioni” lazzatiane), era dovuto al fatto che il presidente Quadrelli ricopriva anche la carica di consigliere nel Consiglio comunale di Milano.
Quadrelli fu eletto per tre amministrazioni consecutive: dal 1951 al ’56, dal 1956 al ’60 e dal 1960 al ’64; in questa ultima tornata svolse le funzioni di Assessore al personale.
Conclusa la stagione amministrativo-politica, che lo vide anche ricoprire la carica di vice-segretario cittadino della DC milanese, il suo impegno, fra gli anni Sessanta e Settanta, fu sempre più concentrato sulle responsabilità professionali. Da tempo impiegato presso un noto studio commercialista di Milano, passò poi alla SNAM di San Donato, dove svolse funzioni dirigenziali, curando il settore della gestione del personale. Ebbe parte attiva anche nel sindacato dei dirigenti.
Germano Quadrelli, una volta andato in pensione, non era certo tipo da stare “con le mani in mano”, anche se, pure nel suo caso, l’avanzare dell’età fu accompagnato da non pochi problemi di salute. Diede vita a una simpatica iniziativa di raduno annuale, per un comune momento di riflessione e di preghiera, fra i dirigenti GIAC della sua generazione; ricoprì dal 1987 al ’95 la responsabilità diocesana del Movimento Terza Età; offrì la sua competenza nel Consiglio di amministrazione dell’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone e, da ultimo, fu presente come revisore dei conti nella Fondazione Rhodense.
Giovanni Marra, presidente del Consiglio comunale di Milano, commemorando Germano Quadrelli il 14 gennaio 2002, lo ha presentato come “amministratore comunale onesto e competente”, “protagonista della vita politica milanese degli anni Cinquanta e Sessanta”, distintosi sempre “per la serietà del proprio pensiero e la coerenza delle proprie scelte”.
Germano fu uomo di cultura, di studio e di preghiera; la sua attività fisica fu condizionata da un problema cardiaco ma iI suo cuore non era soltanto fisicamente ammalato, era ammalato anche di Amore. Una volta che si parlava, in una conversazione spirituale di preghiera mariana, esordì dicendo "Avevo quindici anni quando mi innamorai di una ragazza... (breve sospensione: era un maestro di sospensioni nel suo parlare a tu per tu e anche in relazioni, discorsi, per buttare dentro a sorpresa un concetto, una ironia, un tocco umoristico)... si chiamava Maria e abitava... a Nazareth...". E così raccontò di quando aveva cominciato a capire cosa fosse la preghiera e lasciò intendere, senza dirlo, come prese forma il suo "Eccomi" per il Signore; un Amore che gli fece affrontare vittoriosamente le prove della sua splendida avventura terrena.